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Shimon Peres e l’Undici Settembre

Friday, November 4, 2016 4:27
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(Before It's News)

[Di Sheldon Richman. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il primo ottobre 2016 con il titolo Shimon Peres and 9/11. Traduzione di Enrico Sanna.]

La morte dell’ex primo ministro e presidente israeliano Shimon Peres (93 anni), l’ultima figura importante tra i fondatori di Israele, ha generato un mare di tributi per un uomo che si dice avesse, come ha detto il presidente Obama nel suo encomio, “la capacità di considerare tutti quanti meritevoli di dignità e rispetto.”

Capacità che purtroppo non si vede nell’opera dell’oriundo polacco Peres. Sono molti i palestinesi e libanesi che hanno sofferto e sono morti a causa sua. Non dovrebbe esserci bisogno di ricordarlo, visto il suo ruolo di primo piano nella fondazione dell’auto-dichiarato Stato del Popolo Ebraico. Israele fu in gran parte fondato da europei in territori da cui furono espulsi 750.000 tra musulmani e cristiani arabo palestinesi. Molti altri furono massacrati dalle forze paramilitari sioniste, con una delle quali collaborava Peres. L’anno prima della dichiarazione d’indipendenza di Israele (1948), in territori in gran parte di proprietà dei palestinesi, Peres ricevette l’incarico di occuparsi del personale e dell’acquisizione di armi per una forza paramilitare chiamata Haganah. Questa sistematica pulizia etnica è conosciuta come Nakba, o catastrofe. Centinaia di villaggi arabi furono distrutti per far posto a villaggi ebraici. Leader sionisti e israeliani non ne facevano mistero. Era loro convinzione che si dovessero riscattare i territori ebraici per restituirli al loro legittimo proprietario, il popolo ebraico, mentre gli “esiliati” dovevano essere ingabbiati a qualunque costo a carico di altri. Questo era il progetto sionista.

Come membro del Partito Laburista, Peres ebbe anche un ruolo importante nella creazione dell’arsenale nucleare, unico in tutto il Medio Oriente (a differenza dell’Iran, Israele non ha firmato il Trattato di Non-Proliferazione e non ammette ispezioni internazionali), e nella costruzione di insediamenti per soli ebrei in Cisgiordania, occupata da Israele dopo la guerra del giugno 1967 contro l’Egitto, la Siria e la Giordania. Prima della guerra aiutò ad imporre il potere militare agli arabi palestinesi che ancora restavano dentro Israele. Forgiò inoltre l’alleanza militare e nucleare con il Sud Africa dell’apartheid.

Nel 1995 Peres, che considerava i palestinesi vittime di se stessi, divenne primo ministro, dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin da parte di un ebreo fanatico per aver partecipato agli Accordi di Oslo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. (Rabin, come alcuni altri leader israeliani, temeva la perdita della maggioranza ebraica in Israele e per questo vedeva con favore un moncone di stato palestinese in parte della Cisgiordania. Rabin, Peres e Yasser Arafat vinsero il Nobel per la pace per questo dubbio accordo). Un anno dopo, durante la sua campagna elettorale per la carica di primo ministro contro Benjamin Netanyahu, Peres (che era anche ministro della difesa) cercò di procurarsi credenziali da falco cominciando una guerra contro il Libano (che Israele aveva devastato e occupato per quasi vent’anni a cominciare dal 1982). Chiamò la sua guerra Operazione Furore. Racconta l’inviato in Medio Oriente Robert Fisk:

“Il copremiato Nobel per la pace usò come scusa il fatto che gli Hezbollah lanciavano razzi Katyuscia al confine libanese. I razzi rappresentavano una rappresaglia per un bambino libanese ucciso da una mina antiuomo lasciata, si sospettava, da una pattuglia israeliana. La questione non era importante.

“Pochi giorni dopo, truppe israeliane in Libano furono attaccate vicino a Qana; queste poi aprirono il fuoco contro il villaggio per rappresaglia. Le prime granate colpirono un cimitero usato da Hezbollah; il resto colpì il campo Fijan dell’Onu, dove centinaia di civili avevano cercato rifugio. Peres disse: ‘Non sapevamo che c’erano centinaia di persone in quel campo. Per noi è stata una sorpresa amara.’

“Mentiva. Gli israeliani avevano occupato Qana per anni dopo l’invasione del 1982, avevano filmati del campo, avevano un drone che sorvolava il campo durante il massacro del 1996, fatto negato finché un soldato Onu non mi diede il video ripreso dal drone, parti del quale furono pubblicati da The Independent. L’Onu, inoltre, aveva avvertito Israele dicendo che il campo era pieno di rifugiati.

“Questo fu il contributo di Peres alla pace in Libano. Perdette le elezioni e probabilmente dimenticò presto i fatti di Qana.”

Fisk fu testimone delle atrocità. “Quando arrivai al campo Onu, il fiume scorreva a torrenti. Potevo sentirne l’odore. Ci inzuppava le scarpe, si attaccava come colla. Si vedevano braccia e gambe, bambini senza testa, teste di uomini vecchi senza corpo. Il corpo di un uomo era tagliato in due e appeso ad un albero in fiamme. Quello che restava di lui stava bruciando.”

Furono uccisi più di cento civili. Fisk continua:

“Ci fu un’inchiesta dell’Onu, che stabilì blandamente di non credere che la carneficina fosse un incidente. Il rapporto dell’Onu fu accusato di essere antisemita. Molto dopo, un periodico israeliano pubblicò coraggiosamente un’intervista con gli artiglieri che bombardarono Qana. Un ufficiale definì gli abitanti del villaggio ‘solo un mucchio di arabi’ (“arabushim” in ebraico). ‘È morto un mucchio di arabi, niente di preoccupante,’ disse secondo il giornale. Il capo dello staff di Peres fu quasi altrettanto insensibile: ‘Non conosco altre regole del gioco, che si tratti dell’esercito [israeliano] o di civili…’”

Questo curriculum atroce, che certo non è il curriculum di un umanitario, è citato in diversi necrologi critici (oltre alle critiche di Fisk qui e qui). Molto meno noto, però, è il ruolo di Peres nello spianare la strada all’Undici Settembre.

Che ruolo potrebbe aver avuto Peres nell’attentato al World Trade Center e al Pentagono? Pensate all’eccidio in Libano voluto da lui sotto le elezioni. Pensate al massacro di Qana. Fu la sua Operazione Furore a radicalizzare alcuni individui chiave, spingendoli a pianificare e mettere in atto gli attentati.

Scrive lo studioso di politica mediorientale Juan Cole:

“Nel 1996, jet israeliani bombardarono un edificio dell’Onu a Cana/Qana, nel Libano meridionale, dove si erano rifugiati i civili, uccidendo 102 persone; nel luogo in cui si racconta che Gesù trasformò l’acqua in vino, le bombe israeliane portarono una trasformazione di altro genere. Nel lontano, pittoresco porto di Amburgo, un giovane studente universitario di architettura, originario di Aleppo, vide il filmato [della distruzione]. Fu preso dal dolore e dal desiderio di vendetta. La settimana prima, quando cominciò l’Operazione Furore, aveva scritto il suo testamento da martire in cui confessava la volontà di morire per vendicare le vittime uccise in quell’operazione… grazie ad aerei e bombe regalati dagli Stati Uniti. Lo studente si chiamava Mohammed Atta. Cinque anni dopo, pilotò il volo American Airlines 11 contro il World Trade Center.”

Lawrence Wright, autore de The Looming Tower, scrive:

“L’undici aprile 1996, all’età di ventisette anni, Atta firmò un regolare testamento ottenuto presso la moschea al-Quds. Era il giorno in cui Israele attaccava il Libano con l’Operazione Furore. Racconta uno dei suoi amici che Atta era furioso, e che con questo testamento, firmato durante l’attacco, offriva la sua vita come risposta.”

L’egiziano Atta era il leader della cellula prima ad Amburgo e poi negli Stati Uniti, senza di lui probabilmente non ci sarebbe stato l’Undici Settembre.

Atta non fu l’unica persona spinta ad agire. Il reporter investigativo James Bamford raccontò a Scott Horton come Osama bin Laden “allora citasse spesso Qana. Il fatto fece esplodere l’odio di tutto il Medio Oriente contro gli Stati Uniti.”

Nella sua dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti del 1996, bin Laden scrisse che, tra gli altri crimini perpetrati contro i musulmani, “Le orribili immagini del massacro di Qana, in Libano, sono ancora vive nella nostra memoria…. Tutto questo accade mentre il mondo guarda, e non solo non risponde alle atrocità ma, in un chiaro complotto tra gli Stati Uniti e i suoi alleati e sotto la copertura delle perfide Nazioni Unite, alle vittime viene anche impedito di armarsi per difendersi…. I giovani vi ritengono responsabili di queste morti, dei musulmani costretti ad abbandonare le proprie case, della profanazione dei luoghi sacri portata avanti dai vostri fratelli sionisti in Libano; siete stati voi ad armarli e finanziarli alla luce del sole.”

Libano e Qana non erano le uniche ragioni della rabbia, ma la guerra di Peres rientrava in un lungo elenco di accuse contro gli Stati Uniti, il cui regime ha sottoscritto le azioni militari di Israele a suon di centinaia di miliardi di dollari. Forse Peres non poteva immaginare che la sua guerra cinque anni più tardi si sarebbe ritorta crudelmente contro la popolazione americana. Ma questo non attenua la sua condanna. Il sionismo, missione della sua vita, richiedeva la degradazione e la distruzione delle popolazioni indigene che non rientravano nel piano. Una qualche reazione violenta era inevitabile. Come al solito, le vittime erano innocenti. Mentre i criminali come Peres muoiono di vecchiaia.

The Center for a Stateless Society (www.c4ss.org) is a media center working to build awareness of the market anarchist alternative

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