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Il 2017 e la “Killer App” della Transizione

Monday, January 9, 2017 12:42
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(Before It's News)

[Di Kevin Carson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il primo gennaio 2017 con il titolo 2017 and “Killer Apps” for the Transition. Traduzione di Enrico Sanna.]

Open Manufacturing è un gruppo di lavoro operativo su Google Groups. È dedicato a chi si interessa di progettazione industriale e creazione di modelli open-source per la produzione di manufatti. Qui Nathan Cravens ha sollevato la questione della produzione open-source notando come abbia difficoltà ad imporsi in alternativa al modello corporativo capitalistico:

Pare che i progetti open-source non riescano ad imporsi, restano a livello hobbistico o accademico. Quelli che hanno successo sono “curati” e pompati col marketing, ma puntare a fare un prodotto intuitivo e bello, presentarlo come stile di vita da avere a tutti i costi, davvero rappresenta l’ideale?

Come nota Cravens, i prodotti open-source sono ancora pensati, per lo più, entro il paradigma capitalista della produzione mirata al profitto in strutture di proprietà corporativa (esempio classico sono le varie attività produttive della Elon Musk).

L’organizzazione open-source è ideale per la progettazione di prodotti industriali perché il progetto digitale può essere fatto stigmergicamente (lo stesso approccio modulare e granulare usato da Wikipedia per sollecitare piccoli contributi) da persone auto-selezionate che progettano componenti da inserire in una piattaforma più ampia. La produzione fisica, invece, è un’impresa cooperativa che richiede almeno un minimo di coordinazione amministrativa da parte di tutte le persone coinvolte nel processo comune. Chi opera in ambito manifatturiero aperto, basato su risorse open-source, non può produrre componenti o semiassemblati solo quando ne ha voglia, lasciando che altri facciano il resto, fino al prodotto finale, quando anche loro ne hanno voglia, tutto mentre gli scaffali dei centri commerciali si riempiono di prodotti che, per quanto di qualità inferiore e prezzo più alto, sono direttamente disponibili.

La domanda allora è: cosa occorre perché la produzione cooperativa di beni fisici, locale e di tipo P2P, si organizzi in modo da venire incontro ai bisogni materiali delle persone reali con efficienza e tempestività, fornendo così una vantaggiosa alternativa ai centri commerciali?

Secondo me il problema è che l’attuale approccio alla produzione cooperativa basata su beni comuni è visto come una scelta di vita o un ideale, cosa che Cravens vorrebbe offrire in alternativa alla produzione hobbistica. Una società passa ad un nuovo modo di organizzare le cose solo quando le nuove tecnologie, che prima erano viste come scelta di vita di chi, per privilegio, poteva permettersi di uscire dal sistema, vengono adottate come mezzo di sopravvivenza da parte di chi non ce la fa più.

I tecnologi usano talvolta l’espressione “killer app” per indicare un’applicazione che improvvisamente spinge l’adozione diffusa di tecnologie che da tempo giacevano inutilizzate e confinate al mondo hobbistico.

Il concetto di “killer app” si applica anche a livello macro, quando si adottano nuovi paradigmi organizzativi e tecnologici su scala sociale. Dipendenza dal percorso e ritardo culturale fanno sì che la possibilità tecnica di organizzare la società su una nuova base si affermi tendenzialmente prima del passaggio vero e proprio ad una società organizzata attorno alle nuove tecnologie. Questo passaggio avviene solo quando le nuove tecnologie sono diffusamente percepite come qualcosa che offre una soluzione ai veri bisogni della gente. Questo passaggio, superata la soglia critica, è solitamente non-lineare e molto più rapido del previsto.

In definitiva, a realizzare materialmente un progetto a struttura open-source sono i nodi locali della rete, noti formati da persone collocate nello spazio fisico e guidate dai loro bisogni materiali immediati. In altre parole, società ed economia passeranno a un modo organizzativo e produttivo più libero e decentrato quando le persone capiranno che questa è l’ovvia soluzione a problemi reali e immediati.

In periodi di turbolenza e incertezza si adottano forme organizzative resilienti. Le grandi gerarchie centralizzate del tipo che ha raggiunto il picco nel ventesimo secolo (le grandi aziende oligopolistiche e gli stati nazione) funzionano in maniera ottimale solo in ambienti controllati in maniera tale da ridurre artificialmente la complessità e rendere il comportamento della società prevedibile agli occhi di chi pianifica e dirige.

Quando complessità e incertezza sono così grandi che le istituzioni gerarchiche non riescono a mantenere il controllo, allora queste istituzioni cominciano a sgretolarsi rapidamente. E la società, anzi le persone che ne fanno parte, reagisce a questa turbolenza organizzandosi in nuove forme più resilienti, decentrate, a rete, rafforzate nei punti estremi.

Quando in passato, in tempi di crisi economica, è successo che grosse fette della popolazione sono finite disoccupate o sottoccupate, e le catene distributive industriali a lunga distanza si sono interrotte, la popolazione ha risposto trasferendo la produzione e passando da un sistema produttivo salariato alla produzione diretta, volta a soddisfare i propri bisogni.

E quando le reti di salvaguardia sociale e il lavoro salariato crollano, la popolazione tende a coagularsi in unità autogestite di mutuo aiuto del tipo descritto da Pëtr Kropotkin e E.P. Thompson, e le famiglie estese o i singoli nuclei famigliari condividono costi, rischi e introiti.

Già oggi queste condizioni sono evidentissime. Il capitalismo è attraversato da crisi terminali una peggio dell’altra. Superato il picco estrattivo del petrolio e di altre risorse, ha raggiunto i limiti di una crescita estensiva basata sull’apporto infinito di energia e altri beni primari a costi artificialmente bassi, beni ottenuti per lo più tramite l’esproprio e il saccheggio coloniale con l’aiuto dello stato.

Oltre alla fine dell’abbondanza artificiale di beni primari, una crisi altrettanto devastante colpisce il capitalismo: la fine della scarsità di informazioni. Non parlo solo del contro-modello informativo open-source (es., Wikipedia che distrugge i guadagni dell’Encyclopaedia Britannica) ma anche del fatto che è sempre più difficile far rispettare brevetti e copyright. La condivisione di file ha fatto grossi danni economici all’industria di contenuti proprietari. Con le microtecnologie la produzione si atomizza, si disperde in centinaia di migliaia di laboratori di quartiere, e non è più possibile far rispettare i brevetti, che così perdono di significato, e scaricare un file CAD/CAM diventa un fatto banale come scaricare un file mp3.

La cronica tendenza del capitalismo verso il sovrainvestimento e la sovrapproduzione è esacerbata dal crollo dei capitali necessari alla produzione materiale e immateriale. La crisi dei capitali in eccesso, tamponata temporaneamente dalla seconda guerra mondiale, è ripresa attorno al 1970; anche la crescita della finanziarizzazione e gli attacchi politici alle conquiste dei lavoratori, a cui per reazione ha fatto ricorso il capitale, sono valsi a poco. In campo informatico, la rivoluzione generata dai personal computer e da internet ha ridotto i capitali necessari di almeno due ordini di grandezza. La rivoluzione rappresentata dalle micromanifatture (soprattutto hardware open-source) ha anch’essa ridotto i capitali necessari alla produzione di beni fisici. Questo significa che trovare uno sbocco proficuo per i capitali, cosa già ardua, è diventato impossibile.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto il picco occupazionale nel 2000, prima ancora della Grande Recessione, e da allora la partecipazione al lavoro è in declino costante. Tra chi ancora lavora, una percentuale crescente è sottoccupata, mentre l’occupazione è slittata dal lavoro sicuro a tempo pieno ad uno precario, poco pagato, nel settore dei servizi o nella gig economy.

La combinazione di nuove produzioni, nuove tecnologie comunicative e nuove forme organizzative, ha un grado di complessità incredibile a cui le vecchie gerarchie corporative e statuali non riescono ad adattarsi né possono arginare o fermare.

Lo stato non riesce a rispondere adeguatamente alle reti terroristiche organizzate attorno ad un modello stigmergico open-source. La possibilità di prevedere o prevenire attacchi è praticamente zero grazie al problema virtualmente insormontabile rappresentato dai falsi positivi e dalla scarsa agilità delle gerarchie burocratiche. Questo significa che i guasti cronici causati dal potenziale terroristico causeranno l’ulteriore degrado delle infrastrutture di trasporto, delle reti elettriche, e delle catene di fornitura e distribuzione.

L’ascesa al potere di governi autoritari di destra, in Europa e negli Stati Uniti, significa che gli stati nazione sono più che mai inutili come fonte di soluzioni, e semmai aumentano le turbolenze da cui la popolazione cercherà riparo. Ed inasprimento fiscale e austerità, assieme al progressivo disintegrarsi di un’economia corporativa, significano che le reti di sicurezza statali e aziendali stanno scomparendo.

Mettete tutto ciò assieme ed ecco che la “killer app”, che opererà la transizione verso tecnologie post-capitalistiche dell’abbondanza e verso controistituzioni libertarie, rivela il suo nome: SOPRAVVIVENZA.

Le crisi cicliche, che in passato incentivavano materialmente ad adottare tecnologie alternative, vengono eclissate dalle dimensioni del bisogno, che nella nuova era è logica conseguenza delle crisi che stiamo attraversando. E se il bisogno non ha precedenti, il potenziale, in termini di abbondanza e libertà, insito nelle nuove tecnologie, è ugualmente inimmaginabile.

Decenni fa, Jane Jacobs, Colin Ward e Karl Hess sostenevano la rilocazione industriale e la produzione decentrata come sistema in grado di avviare lo sviluppo economico spontaneo, o bootstrapping, a livello di comunità, un sistema che desse la possibilità a disoccupati e sottoccupati di produrre direttamente ciò che occorre alla società.

Jacob cita la crescita dell’industria ciclistica giapponese alla fine del ventesimo secolo come esempio classico di sostituzione di importazioni. Data la riluttanza dei produttori di biciclette americani e europei ad aprire stabilimenti in Giappone, i riparatori giapponesi presero a fabbricare da sé i ricambi. Col tempo nacque un insieme di attività connesse tra loro, diversi stabilimenti specializzati nella produzione di componenti molto richiesti, finché con questo metodo non si arrivò a produrre biciclette.

Anche Karl Hess, in Neighborhood Power, dice che le comunità povere possono mettere assieme i loro strumenti di lavoro in officine di quartiere, e da lì iniziare un processo di sostituzione di importazioni partendo dalla produzione personalizzata di pezzi di ricambio per apparecchiature domestiche che le grandi aziende non producono più o offrono a prezzi sconvenienti. Questi risparmi si potrebbero usare per allargarsi in ambienti produttivi più vasti, in modo da soddisfare sempre più i propri bisogni senza ricorrere alle grandi aziende.

Sia Hess che Ward vedevano in queste officine di quartiere una possibilità per disoccupati, sottoccupati e persone in welfare minimo di produrre direttamente, per uso personale, come integrazione o parziale alternativa al salario.

Tutti e tre si scagliano contro l’ambiente tecnologico degli anni cinquanta, sessanta e settanta. Immaginano lo sviluppo di macchine a controllo numerico a dimensione di officine medio-piccole, del tipo che ha alimentato l’ascesa produttiva a rete in Emilia Romagna e Shenzhen, per non dire dello sviluppo delle macchine open-source da tavolo che caratterizzano l’attuale diffusione delle tecnologie di microproduzione. Pochi strumenti open-source, plotter, stampante 3D, router, piegatrice, forno ad induzione, eccetera, dal costo di qualche mese di salario operaio, ospitati in una piccola officina, possono produrre ciò per cui un tempo occorreva un milione di dollari. Produrre gran parte di ciò di cui si ha bisogno tramite un’officina condivisa e l’orticoltura intensiva sta diventando una realtà anche per un condominio di pochi appartamenti.

Le città che si diffusero nell’Europa tardo medievale erano sostanzialmente favelas o comunità di squatter situate in punti strategici e popolate da contadini disperati. È in queste comunità, con le loro reti di corporazioni (che in origine erano comunità di artigiani democratiche e autogestite), che nacque la prima vera rivoluzione industriale europea. Lewis Mumford parla di fase “eotecnica” (in cui la forza motrice non viene da esseri viventi) della storia tecnologica. La rivoluzione industriale dei libri di storia usava il vapore come forza motrice e sviluppò molte delle applicazioni specifiche dei macchinari. Ma il requisito più importante, la trasmissione meccanica del moto, era stato sviluppato nelle botteghe e nei monasteri.

Le nuove comunità, attorno alle quali si cristallizzerà l’economia dell’abbondanza post-capitalista, potrebbero essere ugualmente favelas, aree degradate e zone industriali “dismesse”. Sempre meno lavoratori dipendenti guadagnano abbastanza per vivere, e sono sempre più le attività commerciali dismesse e i condomini abbandonati o mai terminati che ospitano comunità non ufficiali di persone che sarebbero altrimenti senza casa; proprio qui potrebbero, per necessità, nascere le prime micro-manifatture, gli orti urbani e i generatori di elettricità slegati dalla rete.

La crisi del posto di lavoro sicuro e il passaggio verso attività freelance temporanee sta portando a nuove sperimentazioni e a forme rivisitate di unioni di professionisti, autonomi e agenzie cooperative di lavoro occasionale. Queste organizzazioni offrono servizi di contrattazione collettiva sul modello dei vecchi uffici di reclutamento marittimo, certificano le capacità professionali e forniscono formazione continua sul modello delle gilde, oltre ad offrire lavoratori a tempo su base cooperativa senza intermediari.

Mentre i vecchi governi nazionali affondano nell’impoverimento fiscale e nell’austerità, o cadono preda di persone come Trump, ecco che assistiamo ad un crescente passaggio verso reti orizzontali di piattaforme locali che fanno completamente a meno dello stato (abbandonandolo alla sua irrilevanza). L’esempio più vistoso è l’insieme formato dagli indignados che, nonostante la destra al governo, sta creando l’ambiente adatto alla nascita di istituzioni cooperative, basate su beni condivisi, nelle principali città spagnole. Negli Stati Uniti si possono citare l’iniziativa Evergreen di Cleveland e le iniziative in campo economico solidale di Jackson con l’ex sindaco Chokwe Lumumba. Dato l’attuale panorama, possiamo aspettarci che queste iniziative locali crescano d’importanza e proliferino legandosi tra loro orizzontalmente. Niente di strano, poi, che si leghino a quelle reti di movimenti che si oppongono alla repressione e al neoliberalismo: movimenti come #BlackLivesMatter e #NoDAPL, i sopravvissuti di Occupy, copwatch e le pattuglie armate delle Pantere Nere, e altre organizzazioni simili, ma anche iniziative locali come trust di terre in comunione e valute basate sul baratto.

C’è un vecchio detto: la prima vittima di un piano è il contatto con il nemico. Dobbiamo negoziare la transizione nello scenario che abbiamo, non in quello che vorremmo avere. Due mesi fa pensavo che questa transizione sarebbe avvenuta sullo sfondo, più congeniale, di un’amministrazione Clinton. Otto anni di regime assistito dal morente establishment neoliberale rappresentato da lei, l’ascesa della maggioranza millenarista, più socialista e libertaria (e con maggiori simpatie verdi e piratesche) dei baby-boomers, e poi la regressione dei repubblicani a partito regionale irrilevante carico di vecchi wasp ubriachi di stizza. Oggi questa transizione potrebbe avvenire in un panorama più carico di pericoli e repressioni. Ma i guasti delle guerre commerciali di Trump, uniti al rapido smantellamento delle reti di protezione sociale, se non altro potrebbero di riflesso dar slancio alle contro-istituzioni socio-economiche come strumento di sopravvivenza.

Vada come vada, le forze di base che guidano la transizione (l’esaurimento politico, materiale e tecnologico del vecchio sistema capitalistico, e l’inevitabile sistema post-capitalistico che emerge dalle sue ceneri) non si possono fermare. Forse la transizione non sarà tranquilla. Ma ci arriveremo.

The Center for a Stateless Society (www.c4ss.org) is a media center working to build awareness of the market anarchist alternative



Source: https://c4ss.org/content/47517

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